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Taxa Camarae seu cancellariae apostolicae

Traduzione della ricerca in lingua Spagnola

Traduzione di Rita Maria Scolari  

                                     

I. INTRODUZIONE

Viene diffuso da alcuni mezzi di comunicazione un breve documento di 35 punti, attribuito a papa Leone X (il suo pontificato andò dal 1513 al 1521). In esso viene evidenziato come il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica venderebbe l’assoluzione dei peccati più gravi in cambio di una certa quantità di denaro. In poche parole si tratterebbe di un capolavoro di simonia il cui autore sarebbe stato niente meno che un papa.

Come abbiamo potuto constatare durante la nostra ricerca, questo documento affonda le sue radici in pubblicazioni di tenore simile del secolo XVI. Tuttavia la lista dei prezzi simoniaca è stata diffusa ai nostri giorni principalmente per opera del giornalista e docente spagnolo Sig. Pepe Rodríguez, attraverso il suo libro “Bugie Fondamentali della Chiesa Cattolica”, pubblicato per la prima volta a Barcellona nel 1997.

Non soddisfatto di ciò Rodríguez ha diffuso il documento anche attraverso il suo sito in rete. Tanto in un mezzo come nell’altro il giornalista non fornisce alcuna documentazione che possa avvallare la presunta paternità pontificia dello stesso. La mancanza di prove da parte del Rodriguez continua anche dopo la pubblicazione del nostro primo studio, nel quale mettevamo in discussione l’autenticità del supposto scritto simoniaco. Fino all’agosto del 2002 nessun documento pontificio è stato presentato come avvallo dell’autenticità della “Taxa Camarae” da Rodriguez o da chiunque abbia appoggiato e diffuso ciò che egli afferma.

Successivamente altre pubblicazioni hanno fatto da eco al citato scritto simoniaco, offrendo come fonte dello stesso il libro del Sig. Rodriguez. (3)  In Internet si possono trovare decine di siti che riproducono esattamente la versione del Rodriguez, citandolo infallibilmente al momento della dichiarazione della fonte del documento. Inoltre si possono trovare versioni del documento simoniaco in italiano, inglese e francese, sempre originate dall’opera del giornalista spagnolo.

II. I PRIMI PASSI DEL DIBATTITO

Avendo preso visione della “Taxa Camarae”, che a prima vista sembra un documento fraudolento per qualsiasi persona di sano giudizio (4), un gruppo di persone interessate alle tematiche storiche decise di metterne ufficialmente in discussione l’autenticità.(5) Venne stabilito un rapporto epistolare col Sig. Rodriguez, attraverso il quale cercammo di ottenere da lui qualche dato circa le fonti utilizzate per attribuire inequivocabilmente un documento di tale portata al papa Leone X.(6) Da tale corrispondenza si deduce che le affermazioni del Sig. Rodriguez sulla paternità di detto documento sono completamente prive di fondamento.

In seguito alla pubblicazione del nostro primo studio (alla fine del 2001) il Sig. Rodriguez presentò il nostro apporto, criticò alcune nostre posizioni, fornì strane spiegazioni su alcuni aspetti della ricerca ed attaccò il sito che la ospita (http://apologetica.org). Per ciò che riguarda il dibattito in quanto tale, cioè, la ricerca seria sull’origine del documento, il contributo del Sig. Rodriguez è stato e continua ad essere fino a questa data, nullo. Si possono vedere qui le risposte di questo gruppo di ricerca alle affermazioni del Sig. Rodriguez che riguardano il nostro lavoro nei primi mesi del dibattito. Esponiamo inoltre la nostra attuale politica di risposta a eventuali affermazioni o apporti circa l’autenticità della Taxa. Vogliamo chiarire che qualsiasi contributo serio, di qualsiasi provenienza, verrà preso in considerazione e incorporato in questo studio.

Nel dibattito entrò a suo tempo il Sig. Daniele Sapia fornendo materiale riferito alla Taxa. Qui è possibile vedere il giudizio critico che emettemmo allora sul materiale in questione. Sapia presentò sostanzialmente due documenti: una pubblicazione di Teofilo Gay della fine del XIX secolo in cui si fa riferimento a tre autori antichi e un articolo giornalistico del Corriere della Sera (Italia, 28/07/2001) in cui veniva menzionata la “oscena e celeberrima Taxa Camarae”. Riguardo a ciò che è apparso su questo noto mezzo giornalistico italiano basti segnalare che durante una conversazione telefonica con un membro della nostra equipe, l’autore dello stesso (Giano Antonio Stella, corrispondente a Venezia) ci confessò che aveva ottenuto i dati della Taxa “da Internet, cercando in Google.com”. E’ ovvio che questo fatto sconfessa l’articolo giornalistico prodotto da Sapia. (7) Tuttavia, ciò che alla fine del secolo XIX pubblicò Gay ci aprì le porte ad una ricerca più seria, che poi venne approfondita attraverso altri documenti di maggior antichità.

Inoltre viene da noi esposto di seguito il primo periodo di questo dibattito, che ebbe luogo dal dicembre 2001 al febbraio 2002. In questa prima parte e dopo aver consultato parecchi testi validi di storia, raccolte di bolle ed altre fonti, non riuscimmo a trovare riferimenti, copie o registri del documento simoniaco attribuito a Leone X. (8) Successivamente la nostra ricerca si basò su documenti pontifici che vanno dal XIV al XVI e su autori cha hanno trattato questo argomento prima di noi. Presentiamo a continuazione le conclusioni del nostro studio.

III. Le citazioni di Teofilo Gay

Il riferimento a Teofilo Gay e al suo “Dizionario di Controversia” secondo il quale tre autori antichi (Polydoro, D’Espance e Audiffredo) affermano che la lista dei prezzi simoniaca è opera dei papi, ci portò a verificare questa affermazione controllando direttamente le opere su cui Gay si basa. Il lettore può prendere visione dell’analisi in dettaglio della nostra ricerca su questi tre autori. Qui sintetizziamo le conclusioni alle quali siamo giunti.

        a. Vergilius Polydorus

Questo autore non menziona nemmeno le liste di prezzi. Parla di imposte (taxationes) e di altri aspetti dell’economia della curia romana; parla di annatae e di altre istituzioni finanziarie dell’epoca, facendo leva sulle origini delle stesse. Di Leone X o di un elenco simoniaco che stabilisce prezzi da pagare per ricevere l’assoluzione dei peccati non dice assolutamente nulla.

b. Claude D’Espence

In questo caso c’è effettivamente una menzione diretta di un libro (il cui contenuto viene descritto genericamente) con il titolo di “Taxa Camarae seu CancellariaeApostolicae”.

D’Espence è un autore spesso citato dai polemisti anticattolici per fornire prove su questo argomento. Tuttavia abbiamo dimostrato sufficientemente nell’analisi dei testi che non si può stabilire se D’Espence parla in quest’occasione di un’edizione pontificia o di una spuria, forgiata dal protestantesimo polemista anticattolico, che estrapola dal contesto le tariffe autentiche presentandole come ciò che non sono. Inoltre abbiamo dimostrato che non si fa riferimento alla vendita del perdono dei peccati come avviene nelle tariffe simoniache, ma piuttosto alla vendita di documenti. Ugualmente osserviamo che non si accusa il Papa di vendere il perdono dei peccati. In realtà ciò che questo scrittore cattolico critica nel passaggio citato è il sistema dei cataloghi di crimini,in sé repulsivo, in vigore per la redazione di documenti giuridici: Era di questo procedimento che alcuni approfittavano, abusando della loro giurisdizione canonica, per ottenere denaro. Si consulti il nostro studio analitico per avere una visione completa dell’argomento.

        c. Giovanni Battista Audiffredo

L’opera di Audiffredo citata da Gay è un elenco di pubblicazioni romane del secolo XV, vale a dire di un secolo prima di Leone X. Lì troviamo un’opera chiamata “Taxae Cancelleria Apostolicae per magistrum Bartholomaeum Guldinbeck”. Tutta l’informazione termina qui. Dall’opera di Audiffredo non possiamo sapere che dati conteneva il libro al quale egli fa riferimento nel suo catalogo. Dai progressi della ricerca realizzata possiamo dire che si riferiva agli stipendi o somme (taxae) che dovevano essere incassate in quel dicastero romano per l’elaborazione dei documenti. Questo è un tema che esporremo in seguito in modo più dettagliato.

Al margine delle conclusioni alle quali si arriva leggendo gli autori menzionati da Gay, dobbiamo dire che le nostre ricerche ci hanno portato a conoscere e studiare le liste dei prezzi autentiche ed ufficiali, scoprendone così il vero contenuto e la vera natura. In questo modo e potendo contare su prove positive circa le tariffe, le testimonianze indirette di autori come D’Espence, Audiffredo o chiunque altro evidenziano il senso dei documenti originali pubblicati dagli stessi pontefici. Di queste testimonianze dirette trattiamo di seguito.

        IV. La testimonianza dei documenti

Il lettore interessato dovrà prendere visione degli altri articoli pubblicati nel nostro sito (vedasi la pagina centrale del dossier). In essi potrà osservare le conclusioni alle quali sono giunti i migliori esperti in materia dopo anni di lavoro presso biblioteche ed archivi, come E. Göller, E. Fridberg, M. Tangl, H. Denifle, H. Ch. Lea, T. L. Green, E. von Ottenhal, W. E. Lunt, J. Haller, P. M. Baumgartner, per citarne alcuni tra i più importanti. La maggior parte di questi autori sono specialisti nell’amministrazione finanziaria pontificia durante il Medioevo e il Rinascimento. Cerchiamo ora di sintetizzare e spiegare in modo semplice le conclusioni alle quali siamo giunti guidati e supportati da questi studiosi circa l’esistenza e la natura delle taxae autentiche, dalle quali derivano successivamente quelle intenzionalmente adulterate.

        V. Ricapitolazione

Rivediamo sinteticamente la situazione: la presunta “Taxa Camarae” che si vuole attribuire al Papa Leone X non è un documento autentico. I documenti autentici, dai quali i falsi sicuramente derivano, non erano che elenchi di compensi destinati agli scrivani curiali per il lavoro di produzione di atti che essi dovevano redigere; si rivolgono sempre a questa categoria di persone e mai ai sacerdoti che assolvevano i peccati. Come ogni menzogna volutamente diffusa per denigrare, le liste false in tutte le loro versioni presentano elementi autentici (in particolare una fraseologia simile all’originale. Tali elementi vengono ritoccati, estrapolati dal loro contesto, presentati in modo insidioso; ad essi poi se ne aggiungono altri a piacere dell’editore di turno, totalmente inventati e repulsivi. A conclusione di questo processo si ottiene un documento simoniaco, osceno, violento e totalmente condannabile, che viene attribuito senza alcun motivo o giustificazione ad un Sommo Pontefice. Il Papa secondo questo documento “vende il perdono dei peccati” per una determinata quantità di denaro, maggiore o minore a seconda del crimine commesso. Solo allora potrà essere concessa l’assoluzione e non soltanto dei peccati passati ma anche di quelli futuri!

           VI. Che cosa sono le Tasse della Camera autentiche?

Prima di affrontare il tema conviene chiarire una questione fondamentale di terminologia che fa capire bene l’argomento. Il documento che stiamo analizzando s’intitola Taxa Camarae seu Cancellariae Apostolicae. “Taxa” in latino sta per “tariffa”, “prezzo”, “quota”, “tassa”, “imposte”, “diritti” e fa riferimento ad una determinata quantità di denaro che è dovuta in cambio di qualche servizio. In questo senso molti ambiti della vita umana vengono gestiti con “Taxae”: Vi sono “tariffe” per tutti i servizi che utilizziamo quotidianamente. Si possono trovare molti documenti antichi che portano per titolo o trattano di qualche “taxa”, in quanto le liste di prezzi sono sempre esistite.

Camarae” in latino significa “della Camera”, in questo caso “apostolica”, cioè della sede apostolica romana. La Camera Apostolica è un’istituzione pontificia che sorge, nella sua sostanza, con la libertà concessa da Costantino alla Chiesa nel IV secolo. Ma solo nel secolo XII inizia ad avere un’importanza notevole, principalmente con la nuova organizzazione degli Stati Pontifici. La sua funzione, in poche parole, era simile a quella esercitata oggi da un ministero degli interni. “Cancellaria” sta per “cancelleria”: è l’ufficio vaticano che si fa carico dell’elaborazione e dell’emissione dei documenti pontifici, per dirla in modo molto semplice e sintetico. Per una visione più ampia si possono consultare le enciclopedie o le opere specialistiche (alle quali facciamo riferimento nella pagina centrale).

In realtà il dicastero che si incaricava del perdono dei peccati e della assoluzione di censure ecclesiastiche di foro esterno non era la Cancelleria bensì la Penitenzieria Apostolica. Anche in questo dicastero vi furono tariffe, che sono quelle che diedero origine alle false.

Durante i secoli di permanenza in vigore di questi dicasteri vaticani, esistettero molte “Taxae”, cioè liste di prezzi riguardanti diversi aspetti dell’amministrazione romana. Pensi il lettore che stiamo parlando di un autentico stato, come qualsiasi altro in Europa (gli Stati Pontifici che scompaiono a metà del secolo XIX). Di modo che  “Taxa Camarae” non è il titolo di un libro esclusivo ma piuttosto un nome generico che compariva in ogni nuova lista di prezzi della Camera o Penitenzieria Apostolica, con quei termini o con altri simili (“Summarium Poenitentiariae Apostolicae”,”Praxis et Taxae Camarae Apostolicae”, ecc.). In altre parole e per quanto concerne il nostro studio, quando troviamo documenti storici autentici che si presentano come Taxa Camarae o nomi simili non vuol dire che ci incontriamo necessariamente davanti al documento che pubblica Rodriguez: bisogna conoscere e studiare caso per caso per poter parlare del suo contenuto. (9)

Avendo chiarito questo punto, possiamo dire che vi furono tariffe papali della Cancelleria e della Penitenzieria Apostolica dagli inizi del secolo XIV e che rimasero in uso per molto tempo.

Dunque in cosa consistevano quelle tariffe? Una risposta esatta dipende da quali dicasteri abbiano elaborato il documento (Paenitentiaria, Dataria, Camara, Cancellaria). Ma in generale tutti questi elenchi non erano altro che liste degli stipendi che dovevano ricevere i funzionari della curia romana per il lavoro che realizzavano. I prezzi variavano a seconda del materiale che veniva utilizzato e soprattutto a seconda del lavoro di scrittura che doveva essere realizzato per l’elaborazione di queste “litterae” o documenti comprovanti, che si estendeva per tutte e per ognuna delle concessioni, benefici, prebende, canonicati, assoluzione di censure, conferimenti di privilegi, eccezioni, imposte, dispense, e tutte le azioni di governo che si attuavano nella Camera, Dataria, Cancelleria o Penitenzieria Apostoliche, a seconda della natura dell’atto amministrativo designato nelle liste.

I documenti elaborati in questi uffici curiali relativi agli atti della Penitenzieria che facevano riferimento alle “assoluzioni” erano molto vari. Occorre chiarire che da tempi molto antichi la Chiesa conservò la pratica di riservare al vescovo del luogo o alla Sede Apostolica l’assoluzione di certi peccati particolarmente gravi, pubblici e nocivi a terzi o per la dignità di che li aveva commessi. (10) Lo scopo di tale “riserva” è quello di evidenziare al fedele cristiano la gravità di quei peccati e di affidare i casi singoli a canonici con più scienza ed esperienza del confessore ordinario. Tutta l’azione si svolge in un processo cononico, simile ai processi civili. Per molto tempo i documenti risultanti dal processo venivano tassati adeguatamente poiché la loro elaborazione richiedeva tempo, fatica e strumenti, che dovevano essere pagati. Secondo le usanze dell’epoca il salario degli scrivani proveniva direttamente da ciò che producevano, non esisteva il “salario fisso mensile” dei giorni nostri. Al presente i processi della Penitenzieria Apostolica sono generalmente gratuiti, poiché i suoi funzionari ricevono uno stipendio mensile indipendentemente dal loro apporto all’elaborazione degli atti. (11)

Questo chiarisce bene che le liste dei prezzi non avevano alcuna relazione con il perdono dei peccati, amministrato dai sacerdoti in qualsiasi parte del mondo, bensì con i costi dell’elaborazione dei documenti provenienti dai tribunali ecclesiastici della Santa Sede, a Roma o in qualsiasi parte ove si esercitasse questo ufficio in nome della Chiesa, nella persona dei suoi legati, con i quali rimaneva formalizzata la “assoluzione” della censura cononica in cui era incorso il penitente.

Vediamo a continuazione di quale “assoluzione” si trattava nella liste dei prezzi.

        VII. “Assoluzione”: un termine analogo, non univoco

E’ fondamentale fare alcune precisazioni sulla parola “assoluzione” (lat. absolutio) che ricorre costantemente nei documenti autentici della Penitenzieria, la cui alterazione sta alla base del successo delle tariffe false.

 Il termine  absolutio non possiede in latino (né in spagnolo) un valore univoco o uniforme, ma analogo; cioè rappresenta cose che solo in parte sono somiglianti. (12) Ciò permette di utilizzare il sostantivo in diversi sensi, a seconda del contesto in cui viene inserito. Ebbene, è in senso lato che si usa il termine “assoluzione” nelle liste dei prezzi, come si deduce dall’introduzione alle stesse prodotte dai pontefici e dall’analisi testuale dei documenti. Consideriamo un paio d’esempi inerenti a questa affermazione.

Nella lista dei prezzi del secolo XV (citato da Göller, p. 177) si dice che la dispensa al sacerdozio per difetto fisico di nascita deve essere pagata solo agli scrivani “e si darà l’assoluzione” (et datur absolutio); dopo aver specificato altre circostanze dell’eventuale dispensa per lo stesso caso si aggiunge che si pagherà un totale “per l’assoluzione” (pro absolutione). Che significa il termine in questo contesto? Certamente non l’assoluzione di un peccato perché non ve n’è nessuno! Il testo vuole indicare che una volta adempiuta la formalità e pagata l’imposta per le spese che comportava la redazione dei documenti, si dava al candidato la lettera bollata (bula) con la dispensa o permesso per ricevere gli ordini, non l’assoluzione dei peccati poiché non si parla di nessun peccato!

Nella bolla di Benedetto XII “ In agro dominico”, che tratta esplicitamente il comportamento dei membri della penitenzieria apostolica, si legge:

14.[…] quando la moltitudine dei pellegrini verrà alla curia romana per le confessioni o per ottenere le assoluzioni o dispense, allora tutti i penitenzieri sopra citati …ecc

si noti come si separano due cose che per noi al giorno d’oggi sono in generale la stessa cosa: i pellegrini vengono “per le confessioni o per ottenere le assoluzioni o dispense”. E’ chiaro che “assoluzione” non si identifica con “confessione” e in questo contesto è accompagnata da “dispensa”, cioè, si riferisce a un tramite giuridico dei tribunali non al sacramento della confessione.

Si possono presentare molti esempi di questo tipo di analisi testuale (il lettore può fare riferimento ai testi che abbiamo tradotto delle tariffe originali). Aggiungiamo che nei documenti pontifici i papi ricordano esplicitamente che l’assoluzione dei peccati è totalmente gratuita e che qualsiasi violazione a questa norma viene penalizzata con la scomunica. Leone X, nello stesso documento in cui pubblica un elenco di prezzi per la cancelleria e penitenzieria, proibisce tassativamente qualsiasi tentativo di ricevere denaro da parte dei confessori “pena la sospensione dell’ufficio e la scomunica” (n. 18 de “Pastoralis Officii Divina): potrebbe continuare alla riga seguente dando i prezzi dell’assoluzione dei peccati? (13) questo dato in sé esclude esplicitamente ogni interpretazione simoniaca delle liste di prezzi.

Vedremo qualcosa in più circa l’assoluzione più avanti. Osserviamo ora ciò che gli stessi papi hanno detto sulle liste di prezzi.

        VIII. La presentazione che si fa delle tariffe

Mostriamo qui di seguito un piccolo quadro comparativo delle diverse presentazioni delle tariffe curiali; ciò che di esse ci dicono i papi che le pubblicarono e ciò che di esse ci dicono coloro che accusano i papi di simonia (il risultato è sempre a nostro favore):

Presentazione delle liste di prezzi di Giovanni XXII, 1316.

Presentazione delle liste di prezzi di Benedetto XII, 1338.

Presentazione delle liste di prezzi di Leone X, 1513.

Presentazione delle liste di prezzi di Pepe Rodríguez, 1997.

Nelle tassazioni sulla scrittura delle nostre lettere, come anche della scrittura del nostro registro e delle brutte degli abbreviatori del tribunale romano, vogliamo che si applichi tale moderazione, che le persone alle quali si concedono queste grazie possano realmente sperimentare che dette grazie sono state concesse gratuitamente da parte di questa sede apostolica; d’altro canto, vogliamo che i menzionati scrittori di queste lettere e del nostro registro e degli abbreviatori delle nostre brutte, che nella elaborazione delle lettere hanno messo una buona quota di sudore, ricevano anch’essi la compensazione dovuta al loro lavoro. Pertanto, e per rimuovere gli eccessi, difficoltà ed inutili nonché intricati giri e rigiri che possono sorgere sulle diverse tassazioni delle lettere apostoliche, ordiniamo che nella scrittura di quelle lettere venga osservata la norma che stabiliamo qui di seguito. (Seguono le tariffe)

L’avarizia è la radice di tutti i mali, che non si spegne con il conseguimento delle cose desiderate, ma che essa cresce e la rilassata licenza si converte in immensa, a meno che le si impongano i termini della giustizia e della moderazione. Di modo che, affinché gli scrittori della penitenzieria del signor papa non eccedano in ciò che ricevono per la scrittura dei documenti che si procurano in questa penitenzieria, le infrascritte tasse si pubblicano per speciale mandato del nostro venerabile padre e signore, il papa Benedetto XII, che ci incaricò l’elaborazione di questo catalogo che d’ora in poi entra in vigore. (Seguono le tariffe)

Rivolgiamo inoltre il nostro sguardo al compito della Penitenzieria, nel quale si tratta in modo particolare circa la regolamentazione dei costumi e la salvezza delle anime; in effetti, dato che lì vengono solitamente pagate agli ufficiali di quel dicastero alcune tasse per la spedizione delle lettere-documenti, e avendo sentito che anche lì è avvenuto il fatto dell’aumento di quelle tasse oltre il dovuto, vogliamo delimitare l’esercizio di quella amministrazione con le seguenti norme. (Seguono le tariffe)

La Taxa Camarae è una tariffa promulgata, nell’anno 1517, dal papa Leone X (1513-1521) allo scopo di vendere indulgenze, cioè perdonare le colpe a quanti potevano pagare delle buone libbre al pontefice. Come vedremo nella trascrizione che segue, non c’era delitto, per orribile che fosse, che non potesse essere perdonato in cambio di denaro. Leone X dichiarò aperto il paradiso per coloro che, religiosi o laici, avessero stuprato bambini e adulti, assassinato una o più persone, frodato i loro creditori, abortito... ma che volessero essere generosi con le arche papali. (Seguono le tariffe)

(La fonte documentale di questi passi può vedersi nell’ampia presentazione dei testi pontifici)

Aggiungiamo qualche altra “presentazione” delle tariffe poco attenta alla realtà storica:

“[In queste liste] l’assoluzione dei crimini più enormi si da in cambio di denaro” (J-B. Renoult, editore della versione del 1744). (14)

Tariffe di tutti i peccati immaginabili” (M. Jung, Protestantisme Français, pag. 552).

Il prezzo delle grazie spirituali” (Woker, pag. 1)

Sistema d’iniquità” (J. Menham, pag. 51)

“[Le tariffe sono] i diversi prezzi che si devono pagare per ottenere dal papa il perdono per qualsiasi tipo di peccato” (T. Gay, Diccionario de Controversia, 1994, pag. 391)

“[Le tariffe sono] prezzi specifici che dovevano essere pagati alla Chiesa per l’assoluzione di qualsiasi crimine immaginabile”. […] I “malfattori unti”, come venivano chiamati, una volta perdonati in questo modo dalla Chiesa, non potevano essere processati dalle autorità civili.” (Dave Hunt, “Una mujer cabalga la Bestia”, 1997, pagg. 191-192, secondo la citazione di D. Sapia nel suo sito web). (14b)

“[Le tariffe pretendono] dare un prezzo in termini monetari a niente meno che la grazia di Dio.” (D. Sapia, nel suo sito in rete)

“[La Taxa Camarae è] una lista di indulgenze per diversi peccati, con le sue tariffe corrispondenti” (Jacopo Fo, Sergio Tomat, Laura Malucelli, “Il libro proibito del cristianesimo”, pag. 185).

Stranamente nessuno degli autori che presentano e sostengono l’autenticità delle liste simoniache come opere dei papi, fa la benché minima allusione a ciò che è stato espresso da quei papi, i loro autori, sulla natura degli elenchi. Nessuno può spiegarci meglio dei papi la natura dei documenti che essi scrissero, a nostro parere. A cosa è dovuta questa omissione e la conseguente modificazione nella presentazione delle liste? Non dimentichiamo che tutti loro danno per certo e pubblicano ai quattro venti che questi documenti sono liste di prezzi per il perdono dei peccati dell’autorità papale. (15)

        IX. Il contenuto delle tariffe

Oltre alla presentazione insidiosa e falsa delle liste dei prezzi, che offre una chiave di lettura simoniaca totalmente gratuita, come dimostrato chiaramente nello schema anteriore, il contenuto delle une e delle altre è pure diverso, anche se con punti di contatto nella fraseologia, come già affermato; questo è il motivo per cui le liste false possono avere un certo aspetto di “autenticità”, totalmente superficiale ed esteriore, sicuramente, ma sufficiente ad ingannare i lettori impreparati. (16)  In questo senso constatiamo che nella misura in cui si allontanano dall’epoca d’origine le liste crescono in creatività… e così in quelle autentiche non compaiono mai rubriche come le seguenti (tratte dall’opera di Rodriguez):

5. I sacerdoti che volessero vivere in concubinato con i loro parenti  pagheranno 76 lire, 1stipendio.

7. La donna adultera che chiederà l’assoluzione per essere libera da qualsiasi processo ed avere ampie dispense per continuare le sue relazioni illecite, pagherà al Papa 87 lire, 3 stipendi.

8. L’assoluzione e la sicurezza di non essere perseguiti per i crimini di rapina, furto o incendio, costerà ai colpevoli 131 lire, 7 stipendi.

20. L’ecclesiastico che non potendo pagare i suoi debiti volesse liberarsi dall’essere processato dai suoi creditori, consegnerà al Pontefice 17 lire, 8 stipendi, 6 denari e gli sarà condonato il debito.

25. Il frate che per sua convenienza o piacere volesse trascorrere la vita in un eremo con una donna, consegnerà al tesoro pontificio 45 lire, 19 stipendi.

34. Chi che per simonia volesse acquisire uno o più benefici, si rivolgerà ai tesorieri del Papa, che gli venderanno quel diritto a un prezzo moderato. (17)

Non cessa di sorprendere che ci sia gente, ritenuta seria, che realmente pensi che decine di papi abbiano prodotto documenti di questo tipo. O forse nemmeno chi li pubblica ci crede e lo fa ugualmente per interessi personali?

        X. La radice della confusione e della calunnia

Gran parte della confusione creata da tutte le pubblicazioni tendenziose delle tariffe della penitenzieria si basa sul fatto che le liste autentiche sono documenti di natura giuridica, in quanto si riferiscono ad azioni relative a cause canoniche. Se non si conosce almeno a livello generale il linguaggio specifico di questo ambito, la lettura capziosa dei documenti facilita la contraffazione totale della loro natura.

Abbiamo già trattato del valore semantico del vocabolo “assoluzione”. Vogliamo insistere su questo punto nevralgico della ricerca, la cui soluzione appiana il cammino verso una retta comprensione dei documenti.

R. Naz nel suo Dictionnaire de Droit Canonique (un’opera classica di diritto canonico presentata in otto volumi di grande formato) elenca alla voce “Absolution” tra le altre cose, le seguenti informazioni, utili al nostro proposito:

“[…] La assoluzione (ab solvere. Cfr. le espressioni classiche: absolvere domum, liberare una casa dall’ipoteca) ha il senso primitivo ed etimologico di slegare, di disfare un nodo, un vincolo materiale, di liberare un prigioniero, di sciogliere un vincolo morale, un obbligo. […]”

I.           Assoluzione giudiziaria.- […]

II.         Assoluzione sacramentale o assoluzione dei peccati.- Presuppone una mancanza morale, un peccato e ne esige previamente la confessione ed il pentimento o contrizione sopranaturale. E’ la sentenza mediante la quale il giudice competente, che è il confessore, rimette il peccato e condona la pena eterna conseguente ad esso. Rimette per tanto la colpa e la pena eterna. Non è una semplice dichiarazione ma un atto giuridico canonico di foro interno, intimo e sacramentale. L’autore dei questa sentenza è il sacerdote […] che ha ricevuto nell’ordinazione sacerdotale il potere di ordine necessario per l’assoluzione […].

III.        Assoluzione di censure.- E’ l’atto canonico mediante il quale il giudice, il superiore ecclesiastico o i suoi delegati, assolve un fedele dalle pene medicinali in cui era incorso, fatta eccezione dei periodi di pena che ancora doveva espiare. Si veda il termine “Censure”. Di per sé appartiene alla giurisdizione foro esterno e non implica la colpa stessa […].

E’ evidente che la assoluzione sacramentale mediante la quale si perdonano i peccati, è             qualcosa di diverso dall’assoluzione delle censure, che serve per condonare attraverso un processo canonico, non il peccato ma la sanzione nella quale era incorso il fedele. Non è lecito confondere una cosa con l’altra.

Ebbene, come presentano le liste delle tariffe i papi, che furono i loro autori? Come il salario adeguato per l’elaborazione dei documenti, risultato di un processo in cui constava formalmente l’assoluzione di una censura ecclesiastica nella quale si era incorsi; cioè un atto di giustizia verso i lavoratori, scrittori in questo caso, che meritano il loro salario.

Come presentano le liste di tariffe false i loro editori, omettendo ciò che hanno detto i papi? Come lo stipendio per l’assoluzione sacramentale dei peccati; cioè un atto simoniaco di primo livello in cui si vendono le grazie. La confusione è chiarissima.

Quando nelle liste di tariffe pontificie si parla di “assoluzione”, ci si riferisce sempre e infallibilmente all’assoluzione di censure. Nei documenti pontifici ed anche in quelli in cui vengono pubblicate le liste di tariffe, come abbiamo visto, consta che l’assoluzione sacramentale era gratuita e qualsiasi tentativo di ricevere denaro in cambio del perdono dei peccati era punito con la scomunica.

Ma c’è di più. Quando nelle liste autentiche si fa riferimento alla “assoluzione” per la quale si stabilisce un prezzo, non solo non si tratta della assoluzione “dei peccati”, ma nemmeno della assoluzione della censura in sé, anzi di una formula che doveva essere scritta, vale a dire, di un compito che doveva essere realizzato per mezzo di impiegati dipendenti della curia.

Trattandosi di un tema giuridico, la scrittura non era “in generale” ma dettagliata nei suoi particolari e ben precisa per quanto le competeva, come lo richiede il genere giuridico. Qualsiasi avvocato, scrivano o notaio sa di cosa stiamo parlando. Le sentenze di condanna o assolutorie non sono argomento di poco conto e tutto il discorso delle liste delle tariffe si riferisce precisamente a questi documenti, nei quali veniva formalizzata agli effetti ecclesiali e civili l’assoluzione di una persona dalle pene canoniche in cui era caduta. (18)

Di questo ci fornisce una buona prova, tra gli altri, il P. Heinrich Denifle, O. P. Questo insigne studioso, sacerdote domenicano, pubblicò alla fine del secolo XIX la lista di tariffe più antica che si conosca che data 1338. (19) Oltre alle tariffe, il P. Denifle presenta un formulario tanto antico quanto le stesse, in cui appaiono le diverse formule in uso per i differenti casi di assoluzione di censure.

Ad esempio, in questa lista di tariffe si legge (neretto aggiunto):

“Lo stesso per il documento con la formula “nonnulli” per i monaci conversi di un monastero, con la clausula “de iurate”, non più di cinque ‘Turonenses’.”

Il P. Denifle trascrive, dal citato formulario, parte di quella formula “nonnulli”, che dice:

Forma Nonnulli pro religiosis

Abbati. Ex parte tua fuit propositum coram nobis, quod nonnulli tui monasterii monachi et conversi pro violenta inciectione manuum in se ipsos invicem religiosas alias persona set clericos seculares in canonem late sententie inciderint, aliqui vero … etc. (20)

Successivamente si presenta un’altra variante della formula Nonnulli, questa volta quando si tratta di suore:

Forma Nonnulli pro monialibus

Abbati ver guardiano. Ex parte abbatisse et conventus monialium monasterii tui fuit propositum coram nobis, quod nonnulle earum pro violenta iniectione manuum in se ipsas invicem religiosas alias personas et clericos seculares etc. (21)

Un’altra delle rubriche di tariffe dedicata da Denifle recita:

“Per il documento di assoluzione riguardante persone scomunicate, in forma universis, cinque Turonenses”.

Nel rispettivo formulario si trova la formula cui si fa riferimento, che comincia con le parole:

Universis presentes litteras imspecturis … ecc.(22)

Il P. Denifle  cita altri esempi di tali formule menzionate nelle liste dei prezzi che chiariscono il vero senso delle medesime. Solo alcune delle formule menzionate nelle liste non hanno il corrispettivo nel formulario studiato, forse perché alcune formule di questo non appaiono menzionate nelle liste dei prezzi. In chiusura il P. Denifle avverte che verso la fine del formulario si trova la seguente  precisazione:

“Si avverte che tutte le altre formule o documenti, sia in ordine alle dispense sia in ordine all’assoluzione dei peccati secondo i diversi casi, si possono ricavare da questo formulario e da queste note”. (23)

Le liste autentiche hanno molte osservazioni su queste clausole , menzionandole con il loro nome tecnico. Così nella lista dei prezzi (Pater familias)  che Giovanni XII abbozza si fa menzione delle formule “Personas vestras et lucum”, “Specialiter autem decimas terras”, “Excommunicati contra statuta concilii generalis”, “Frecuentes”, “Invocato”, “Conquestus”, “Post iter”, “Ea que de bonis”, “Preces et mandata”, “Cum secundum apostolum”, “Justis petentium”, “ Nonnulli parrochiani”, “Nonnulli iniquitatis filii”, ecc.; inoltre, molte di queste formule hanno delle varianti “in forma minori”  o “in forma maiori”; a questo bisogna aggiungere diverse notazioni circa le circostanze che cambiano la natura dell’azione giudicata; infine, le formule hanno una diversa redazione e lunghezza secondo la persona cui si riferiscono (Vescovo, sacerdote, laico, eretico convertito, ecc.). (24)

La scrittura dei documenti in questione, di conseguenza, cambiava di prezzo secondo la quantità e la qualità delle formule che dovevano essere scritte, non secondo il calibro morale del peccato. A ciò si deve l’ampia e minuziosa casistica con cui le liste classificano i casi criminali che, con il tempo, diventò sempre più estrema e disgustosa, poiché questa indicava precisamente il tipo di documento che era richiesto in ciascuna circostanza.

Nella lunga storia delle edizioni spurie delle liste, uno dei punti che risulta controverso per i poco scrupolosi editori è precisamente il criterio che si usa per stabilire i prezzi; in effetti, la somma richiesta non sembra avere molta logica giacché, per un assassinio si riscuote lo stesso che per una dispensa dal digiuno ecc. Leggendo simili pubblicazioni non si può che sorridere di fronte ai tentativi di spiegazione e alle espressioni “di scandalo” di codesti editori che, per aver omesso, coscientemente o no – solo Dio lo sa – i documenti pontifici, non riescono a spiegare tali sproporzioni.

        XI. Due eloquenti testimonianze

Presentiamo due testimonianze che parlano da sole. Il lettore potrà verificare come la corruzione che si infiltrava qua e là ad opera di impiegati corrotti, non solo non era voluta, né tanto meno formalizzata dai Pontefici nei loro documenti, ma, al contrario, erano essi stessi i primi a condannare questa corruzione e a tentare di impedirla.

a. Giovanni XXII (1316-1334) Lo storiografo protestante H.Ch. Lea include la seguente testimonianza che traduciamo (l’originale è in latino) e vogliamo commentare brevemente. (26). Si tratta di un testo scritto da un Penitenziere maggiore (il cardinale incaricato della Penitenzieria Apostostolica) diretto al Papa Giovanni XXII, nel 1325:

“Che il Vicario di Dio, allora, purifichi la sua curia dagli usi simoniaci…Al giorno d’oggi, quasi nessun povero può giungere al Papa: egli chiede, ma non lo si ascolta, perché non ha con che pagare. Si può inviare qualche lettera di richiesta in suo favore solo attraverso commissari corrotti con denaro…Però faccia attenzione nostro signore il Papa di non peccare di una grossa ignoranza che non lo scuserà davanti a Dio. Corregga perciò i prezzi esagerati che si percepiscono per le bolle, per la scrittura dei documenti (corrigat precia immoderata quae accipiuntur pro bulla, pro scriptura litterarum). Al giorno d’oggi tanta è l’esagerazione nella curia circa la riscossione dei prezzi per i documenti e tutto il resto (hodie sic immoderata salaria pro litteris et aliis accipiuntur in curia) che risulta, indirettamente, nella vendita delle grazie spirituali e tutti gli impiegati si comportano da calunniatori ed estorsori richiedendo per il proprio lavoro più di quanto stabilito”.

Un testo, in verità, molto interessante, soprattutto poiché viene da un cardinale che presiedeva un dicastero della curia. Notiamo al riguardo alcuni dettagli:

1) è evidente la distinzione tra il Papa, al quale si ricorre perché faccia ordine, e la curia, in parte corrotta. Non è lecito confonderli indifferentemente. Non dimentichiamoci che gli editori della lista simoniaca ne attribuiscono la paternità al Papa.

2) I poveri non possono giungere al Papa precisamente perché vi si interpone un sistema, di cui alcuni membri agiscono corrottamente. (27)

3) La corruzione di cui parla il Penitenziere Maggiore in chi o in che cosa si radica? Non certamente nel Papa, ma in certi impiegati che riscuotono più di quanto dovrebbero per la elaborazione dei documenti (litterae) o per altre pratiche.

4) Si consiglia al Papa di non cadere in quella grossolana ignoranza perché, essendo egli il Sommo Pontefice, non può permetterselo. Non c’è alcuna accusa di simonia contro di lui, e meno ancora i suoi documenti che sono quelli che stabiliscono l’ordine (il giusto prezzo del lavoro), che però poi i curiali disattendono. Si potrà imputare al Papa un’ignoranza colpevole, l’inazione, l’inefficacia  ecc., ma mai di essere il legislatore del disordine.

5) La simonia (non del Papa ma di alcuni impiegati) è chiamata correttamente “indiretta” (per indirectum) il che significa che non c’è alcuna vendita delle grazie, che sarebbe simonia diretta. Quello che sicuramente c’è è l’abuso di alcuni impiegati che approfittano della necessità di elaborare i documenti, per i quali certo dovevano essere giustamente rimunerati, per soddisfare la loro avidità, facendo praticamente risultare un commercio indiretto di cose sacre. Non va dimenticato che le liste false dei prezzi sono direttamente simoniache, e in ciò consiste la loro mostruosità, mentre ciò che in realtà successe furono abusi di  impiegati della curia.

6) Pelagio, critico della corruzione di qualsiasi genere, chiede al Papa che “corregga i prezzi eccessivi” non che li elimini. Gli sta chiedendo precisamente che faccia liste di prezzi ed obblighi ad applicarli! Perché? Perché non si può eliminare il salario dell’impiegato ufficiale della curia: tutto il discorso riguarda la elaborazione dei documenti, non il perdono dei peccati! Pertanto veda il Papa – dice Palagio – di ripulire la curia da questi corrotti e che gli impiegati rispettino i prezzi stabiliti.

Ci pare che il testo presentato dia una buona sintesi della vera natura della corruzione presente nella curia romana in riferimento alla concessione di grazie: non si tratta qui di nessun tipo di perdono dei peccati, ma dell’abuso degli impiegati in ciò che ricevevano per il loro lavoro. Il Papa, nella misura in cui è consapevole di tale situazione e non prende provvedimenti, è inescusabile davanti a Dio.

b. Giulio II (1503-1513)

Questa testimonianza è portata da E. Goller  (II,2,90). Appartiene ad una costituzione di Giulio II del 1512, dove il Pontefice dice:

“Molti degli impiegati  (della curia romana) menzionati, indotti sia dall’avversa condizione dei tempi che corrono sia dalla cecità alla quale li condusse la loro avidità, sia infine abusando dell’indulgenza e della mitezza dei nostri predecessori… dalla coscienza lassa, neppure temono di cadere nelle sentenze di scomunica,… non osservano le costituzioni (dei Pontefici), ma al contrario nel momento di riscuotere le tariffe, la retribuzione o i compensi, ampliando le facoltà che furono loro concesse, travalicano nel modo e nella forma tutto quello che le costituzioni stabiliscono, … imponendo di giorno in giorno nuovi gravami e diritti a piacere, esigendo e sperando denaro, cosa che li pone a rischio di condanna, danneggia le parti in questione, danno pernicioso esempio e sono causa di scandalo per molti come anche di infamia e gran danno per tutta la curia romana”

Questo era il pensiero di Giulio II, immediato predecessore di Leone X; il testo può ben servire come esempio dell’atteggiamento di tutti i Papi di fronte al cattivo comportamento degli impiegati curiali.

Il lettore si potrà rendere conto di quanto sia diversa questa situazione storica reale di elementi di corruzione, che si ripeteranno con più o meno frequenza per tutti i secoli, dato che la Chiesa è una istituzione formata da esseri umani, da quell’altra situazione, fittizia, che gli editori delle tariffe false vogliono presentare, dove il Papa stabilisce non già i prezzi per il lavoro degli scrivani – cosa lodevole e giusta – ma nientemeno che il prezzo per il perdono dei peccati.

        XII. Le diverse pubblicazioni delle tariffe

Nonostante la versione di Rodrìguez  sia la più spropositata di tutte le edizioni tendenziose delle tariffe che abbiamo visto, non è sicuramente la prima. Si conoscono edizioni non ufficiali delle tariffe del secolo XVI, alcune delle quali, si sa, furono pubblicate per denigrare la Chiesa e appoggiare il movimento della Riforma, come risulta nella introduzione alle stesse. Codeste edizioni sono, in molti casi, delle copie inesatte delle edizioni ufficiali, con cambi più o meno importanti, ma con la particolarità che sono presentate come prezzi dell’assoluzione dei peccati, cosa che non risponde alla realtà, come abbiamo visto. Per un approfondimento di queste edizioni si può vedere in primo luogo il lavoro di T.L. Green che presenta una rassegna delle edizioni J. Mendham, E. Goller , H. Denifle  tra i principali.

Questa équipe di ricercatori lavorò in contatto diretto con varie edizioni protestanti o anticlericali (1664, 1744, 1997), o di dubbiosa provenienza (1516, 1520, 1545), al margine delle tariffe autentiche. Inoltre furono consultate numerose opere che fanno un’analisi delle tariffe ufficiali e non ufficiali secondo la critica del testo trasmesso. Rimandiamo il lettore alla bibliografia aggiunta.

Tutte le edizioni non ufficiali che presentano le liste come simoniache non portano alcun riferimento ai documenti della Chiesa che spiegano la loro natura; semplicemente li ignorano. Mancano anche tutti i riferimenti ai documenti pontifici da cui tali liste sarebbero uscite. Gli editori si sforzano di “provare” la loro autenticità principalmente per due vie: la prima attraverso la testimonianza di altre persone, come nel caso del “padre Martin” e di “amici teologi cattolici” e “tre amici storici, uno medievalista e gli altri due di storia delle religioni” nella pubblicazione di Rodriguez (lettera del 3 dicembre 2001). Nelle presunte tariffe del 1744, dove ci sono pagine e pagine che citano amici e conoscenti dell’editore che affermano che sono autentiche, che essi videro i libri, che un vescovo disse loro che era vero, oppure, come nel caso di Gay che cita indiscriminatamente autori che parlano di una “taxa” senza badare se si tratta della cosa in questione o no.

La seconda via è attraverso una esclusiva critica interna delle tariffe basata su quello che l’editore crede di capire leggendo il testo al di fuori del contesto, cosa che è inammissibile, se si pensa all’apporto delle testimonianze esterne, positive e categoriche degli stessi autori delle tariffe circa la natura delle medesime. (28)

Uno dei dubbi che solitamente è sfruttato dai sostenitori dell’autenticità pontificia delle liste

dei prezzi simoniaci: perché è così difficile trovare tali liste dei prezzi se ci furono molte edizioni delle medesime? E la risposta che si suol dare, in sintesi, è che la “Chiesa occulta”  questi documenti (così dice Rodriguez). J. Mendham, per esempio, con più disinvoltura dei suoi ripetitori successivi introduce la pubblicazione che fa nella sua opera di alcuni esempi della lista dei prezzi del 1520 con queste parole: “Poiché ottenere queste liste, per ovvie ragioni, è abbastanza difficile, pensiamo che sarà utile per il lettore presentare qui…ecc.”  (pag. 54). Dicendo così il lettore è invitato a concludere che l’ovvio motivo per cui non è facile trovare le tariffe è che la Chiesa non permette l’accesso ai documenti che le contengono, poiché danneggerebbero troppo la sua fama.

Mi permetta il lettore una digressione. E’ comune in autori anticattolici, come nel caso di Gay, affermare che “solo dopo il Concilio di Trento” la Chiesa si sarebbe resa conto che, diciamo così, “qualcosa non funzionava” a proposito della vendita del perdono dei peccati; questa presa di coscienza da parte della Chiesa sarebbe stata incentivata dai riformatori protestanti. Bene, osserviamo ciò che segue: il sistema delle liste dei prezzi cominciò a funzionare a metà del secolo XIII, secondo tutte le conoscenze che possediamo al momento e culminò, secondo Gay e altri protestanti, dopo il Concilio di Trento, nella seconda metà del secolo XVI. Secondo questa valutazione, ci sarebbero voluti circa quarantacinque Papi, centinaia di Vescovi, una moltitudine di santi e milioni di cristiani per arrivare a capire la mostruosità che avrebbero pubblicato per tre secoli… Che letargo spirituale! Però, nonostante tutto, e curiosamente, la Chiesa Anglicana sventolando la bandiera della Riforma contro il papismo corrotto adottò il sistema delle tariffe della Curia romana per la emissione dei suoi documenti in materia di penitenzieria, come dimostra T. L. Green. Circa la motivazione della “rarità” degli esemplari ufficiali delle tariffe, rispondiamo, in primo luogo, che le affermazioni che pretendono attribuire alla Chiesa una supposta distruzione, o almeno un occultamento, delle tariffe della Cancelleria appartengono al genere della invenzione, grave poiché l’autore delle medesime non sta scrivendo un libro per bambini, ma pretende illuminare i suoi lettori su una realtà storica della Chiesa. Si possono offrire prove di questa supposta azione ecclesiale, o dobbiamo semplicemente e ciecamente accettare queste affermazioni indimostrabili perché così un bel giorno venne in mente a qualcuno?

In secondo luogo, dette tariffe, secondo i nostri avversari, sarebbero state oggetto di una specie di “operazione rastrello” da parte della Chiesa, che poi le avrebbe occultate in qualche luogo ultrasegreto e ultraprotetto, ragion per cui, al presente, sarebbero irraggiungibili. Dette tariffe sono a disposizione nelle migliori biblioteche del mondo, come per esempio la Biblioteca Vaticana (Città del Vaticano), la Biblioteca Britannica (Londra), e la Biblioteca del Congresso (Washington), in modo che qualsiasi lettore che abbia accesso a dette biblioteche le può consultare. Inoltre, nelle raccolte delle antiche bolle che si possono trovare in tutte le altre biblioteche religiose importanti (per es. in tutte le università pontificie romane) chiunque può accedere ai documenti pontifici che stabilivano i principi e la pratica del sistema tariffario nella Curia romana. Certamente senza una indicazione precisa è difficile per uno che non sia uno storico trovare il documento giusto, che, d’altra parte, è redatto in latino; però questa difficoltà si riscontra in qualsiasi studio serio dell’antichità. Il fatto che ci interessa è che non ci sono neppure tracce di occultamenti intenzionali da parte della Chiesa. Bastino queste considerazioni sulla fantasia della supposta operazione “nascondiamo la Tassa”.

In terzo luogo proponiamo una possibile soluzione al dubbio dei nostri avversari, soluzione il cui valore lasciamo al giudizio del lettore. La proponiamo in forma di domanda: che farebbe lei di un piccolo libretto – questo è il formato di tutte le tariffe – dove risultano le tariffe degli scrivani, che non servono neppure per gli scrivani trattandosi di prezzi già obsoleti? Pensi il lettore per un secondo e si dia la risposta.

Sarà veramente necessaria un’azione rastrello da parte della Chiesa universale, a carico forse della Inquisizione e della guardie svizzere, impiegando senza dubbio torture e roghi, per far scomparire librettini che contenevano le tariffe degli scrivani curiali che han perso tutto il loro valore  col passar del tempo e i cambi della moneta?

        XIII. Conclusione

Quello che il lettore ha appreso in questo articolo non è che una rapida sintesi dei risultati della nostra ricerca. Ciò che in esso è espresso trova la sua prova documentale nei testi pontifici, nelle tariffe autentiche, nei diversi studi specializzati che abbiamo tradotto in parte, insomma in tutti gli altri articoli di questo lavoro. Tutti questi offrono aspetti complementari, per cui chi voglia conoscere il tema in profondità deve leggere tutto il dossier (nella pagina centrale si presentano gli articoli fondamentali, in un ordine di lettura suggerito; il materiale di lettura comprende più di 150 pagine. Al presente materiale andranno aggiungendosi degli aggiornamenti; può esserci inviato un messaggio se si desidera riceverli).

La Taxa camarae, che è pubblicata in questi giorni, unisce ambienti atei, agnostici, esoterici, anticlericali e perfino cristiani non cattolici nell’effimero e triste vincolo di una grossolana falsificazione calunniosa. Avevamo bene intuito agli inizi, anche solo con un po’ di buon senso, che  un simile assurdo documento era una volgare invenzione. Quello che non conoscevamo era la genesi di tale documento, cosa che abbiamo potuto verificare, non senza una buona dose di fatica, per mezzo di ricercatori seri, consultando le autentiche tariffe curiali, confrontandole con le false, e soprattutto ascoltando quello che gli stessi autori delle tariffe ci dicono delle medesime.

“E’ che voi volete negare tutti gli errori commessi nel passato dalla Chiesa” – potrà ribattere qualcuno ricorrendo velocemente alle trite e ritrite e infantili generalizzazioni e uscendo dal tema. Niente affatto. Chi leggerà il nostro lavoro vedrà che non abbiamo occultato gli abusi e le deviazioni commesse dagli esseri umani che appartenevano alla Chiesa. La Chiesa si fa carico del suo passato più di qualsiasi altra organizzazione in tutto il mondo. Quello che abbiamo voluto negare – e neghiamo categoricamente – è che il documento simoniaco attribuito a Leone X sia effettivamente un documento di Leone X o di qualche altro Papa o organismo ufficiale della Chiesa. Qualcuno si azzarderà ancora a mettere in discussione questa conclusione? Non deve far altro che farci arrivare i documenti che provino la sua posizione. Pubblicheremo in questo sito tutto il materiale autentico, serio, verificabile qualunque sia la sua provenienza. Non pubblicheremo leggende né luoghi comuni del discorso anticlericale appartenente alla più oscurantista delle attitudini intellettuali.

“Però ci furono molti abusi”  – potrà suggerire qualcun altro, già con maggior realismo. Sì, certo che ci furono abusi; pensate che siano stati tutti angeli nella bimillenaria Chiesa? Il punto che vogliamo sottolineare è che c’è anche molta invenzione circa i supposti abusi. Mentire come si è mentito sul Papa e su tutta la Chiesa con la farsa della Taxa non è un abuso? E di codesto abuso, in concreto, chi è responsabile? Chi riparerà la calunnia? Chi è responsabile della corruzione che questa comporta? Ci sarà qualche editore o promotore contemporaneo dell’inganno in questione che, di fronte all’evidenza, ammetta le sue calunnie? Questo sarebbe il frutto più bello del presente lavoro e giustificherebbe tutte le fatiche che ha comportato.

Possiamo anche chiederci: quante leggende simili a questa della Taxa esistono in circolazione con la sola finalità di denigrare la Chiesa? Quando si alzano voci nella comunità cattolica che, senza negare gli immancabili difetti e abusi nelle file della Chiesa, denunciano però la circolazione di leggende nere, perché immediatamente sono tutti tacciati di fascisti, integristi, oscurantisti, occultatori, ignoranti, settari, partigiani, inquisitori ecc. ecc., senza che si dia il minimo ascolto a ciò che si dice? Chi è, in questo caso, l’oscurantista?

Magari il nostro lavoro possa essere un incentivo per la ricerca autentica della verità storica, che non è tutta bianca o nera ma un intreccio di buone e cattive azioni; la prova di questo, l’amabile lettore la troverà… in se stesso.

In questa équipe di ricerca hanno lavorato principalmente :

Sr. Luis Fernando Pérez  (Spagna)
Sr. Miguel Angel Olmos (Spagna)
Sr. Carlos Caso Rosendi (USA)
P. Juan Carlos Sack (Tagikistan)
Sr. José L. Fierro (Messico)
Sr Sebastiàn Aparicio (Italia)
Sr Alfonso Aguilò (Spagna)
Sr Mario Remigio Vera Montalvo (Messico)
Sr. Steinar Midtskogen (Norvegia), e altri.

 

    Not

(1) Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna (2121): “La simonia (cf. Hch 8,9/24) si definisce come la compra o la vendita di cose spirituali. A Simon Mago, che voleva comprare il potere spirituale di cui vedeva dotati gli apostoli, Pietro risponde: Vada il tuo denaro alla perdizione e tu con esso, poiché hai pensato che il dono di Dio si compra con denaro” (Hch 8, 20). Così si conformava alle parole di Gesù: - gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8); cf. Is 55,1). E’ impossibile appropriarsi dei beni spirituali e comportarsi rispetto ad essi come un padrone, poiché hanno la loro fonte in Dio. E’ soltanto possibile riceverli gratuitamente da Lui”.  

(2) Il libro è stato tradotto in italiano: “Verità e menzogne della Chiesa Cattolica” Ed Editori Riuniti (1998). La Taxa nelle pagine 263/266

(3) Vedere la bibliografia.

(4) Acutamente un lettore ci diceva, seguendo il procedere del dibattito: “La risposta alla falsità dello scritto sta nello scritto stesso”. Una semplice pratica di critica interna è sufficiente per individuare l’opera come finzione.

(5)                     Allora ci presentavamo semplicemente come Equipe di Ricerche Speciali. Alla fine del presente articolo il lettore troverà i nomi dei membri di questa équipe, anche se il lavoro si è valso della collaborazione di altre persone.

(6) Il signor Rodriguez  introduce la Taxa con queste parole (v. in neretto): la Taxa Camarae è una tariffa promulgata nell’anno 1517 dal Papa Leone X (1513/1521) al fine di vendere le indulgenze, cioè perdonare le colpe, a quanti potessero pagare delle buone lire al Pontefice. A parte l’errore di confondere “indulgenze” con “perdonare le colpe”, si noti che la autenticità del documento, la sua natura e la sua finalità sono affermate tassativamente, senza produrre alcun riferimento documentale.

(7) Lo stesso giorno avemmo una conversazione telefonica con il sig. Stella cercammo in rete come aveva fatto lui; i risultati erano chiari: il motore di ricerca di Google rimandava invariabilmente a versioni in italiano e spagnolo (qualcuna anche in inglese e francese) che erano state prese dal libro del sig. Rodriguez. Notare la superficialità con cui si tratta un tema come questo, in cui la figura di un Papa è totalmente denigrata. Il sig. Sapia continua ad esibire il suddetto articolo giornalistico nel suo sito web, anche se con la nota che “Esistono versioni che indicano che la fonte di informazione del giornalista Gian Antonio Stella fu soltanto una semplice consultazione in internet attraverso i comuni motori di ricerca. Curioso: ciò che Stella raccontò circa la Taxa, senza alcuna fonte che lo supportasse, fu pubblicato da Sapia senza metterlo in discussione, mentre la nostra conversazione telefonica con Stella … è considerata “versioni”. Quando in un primo momento avevamo posto in dubbio la serietà della testimonianza di Stella – prima della conversazione telefonica con il giornalista italiano – Sapia si burlava della nostra posizione dicendo: “Naturalmente il mondo non consta soltanto di ciò che ha l’ “Imprimatur”…

(8) Il sig. Rodriguez, in un primo momento, diceva che la Taxa si poteva trovare “in qualunque buona biblioteca di storia religiosa e/o medioevale, compresa la Vaticana e quella di seminari importanti. Forse anche in biblioteche protestanti, dato che questo documento e altri simili causarono il comprensibile scisma di Lutero”. (v. la corrispondenza). In seguito, di fronte alle prove che fornivamo cambiò idea e disse che la suddetta Taxa non poteva essere trovata perché per arrivare ad essa, negli archivi segreti del Vaticano, si sarebbe dovuto “passare per sei stretti controlli di sicurezza, tre dei quali protetti dalle guardie svizzere armate di fucili”  (vedere risposta). Come si vede, si tratta di due affermazioni contraddittorie, con la particolarità che entrambe sono false. Da dove Rodriguez estrasse il dato, che dà per certo, che la Taxa stava “in qualunque buona biblioteca”?. Da dove poi estrasse il dato che con la stessa sicurezza afferma che la Taxa era accessibile praticamente a nessuno? E trascuriamo il dato delirante dei fucili mitragliatori che poi, forse per un certo pudore, tolse dalle sue spiegazioni troncando la frase ad “armati”.

(9) Questa spiegazione è molto importante, poiché il lettore impreparato potrebbe cadere nell’inganno, che qualcuno sembra aver interesse a diffondere, secondo il quale ogni citazione di qualsiasi Taxa, in qualunque opera di cinquecento anni fa, sarebbe un riferimento alla Taxa Camarae simoniaca che conosciamo e una prova della sua autenticità. E’ quello che fa, ad esempio, Gay, che presenta alcuni esempi di una supposta tassa simoniaca e poi fonda la sua posizione menzionando un qualche libro antico in cui si parla di alcune tasse della Curia romana (di fatto, i tre autori da lui citati parlano di tassa o tassazione con significati molto diversi l’uno dall’altro). Crediamo che non sia necessario provare la fallacia di tale posizione. In ogni caso bisogna vedere di quale “tariffa” si tratta.

(10) Attualmente esiste questa pratica, anche se il numero dei “peccati riservati” è molto minore che in passato. Possiamo citare, per esempio, i casi recenti di pedofilia da parte di alcuni sacerdoti: nella presente legislazione questo tipo di peccato è stato riservato alla S.Sede per essere trattato con la serietà che merita.

(11) Non è di troppo ricordare al lettore moderno quanto diversa e faticosa fosse l’arte della scrittura nei tempi antecedenti l’uso della stampa. A ciò bisogna aggiungere i costi del materiale che si usava, visto che i documenti che erano redatti nei tribunali romani dovevano essere di buona qualità, duraturi, bollati, protetti, ecc. Inoltre, gli ufficiali che intervenivano nei casi erano vari. Di tutto ciò c’è testimonianza nei documenti pontifici, alcuni dei quali si possono vedere qui. Anche al giorno d’oggi, alcuni dei processi che hanno luogo nella Curia romana richiedono un pagamento dato che bisogna coinvolgere avvocati, uditori, scrivani e altre figure professionali come in qualsiasi causa civile; ciò nonostante, e al fine di evitare ogni tipo di cattiva amministrazione, le persone che non possono pagare le tariffe a causa di una precaria situazione economica sono sussidiate dalla medesima Curia. Riassume questo principio il Papa Paolo VI, il quale, parlando agli uditori, ufficiali e avvocati della Sacra Rota l’11 gennaio 1965, volle mettere in chiaro che “sarebbe una grande ingiustizia, inammissibile nell’ambito della Chiesa, se una persona di scarsi mezzi non potesse pensare di ottenere giustizia senza pagare un alto prezzo”  (Insegnamenti di Paolo VI, III, 1965, Tipografia Poliglotta Vaticana –1966, pag. 31).

(12) Il lettore può verificarlo da solo, consultando un buon dizionario di latino, con esempi classici e medievali e vedrà che absolutio significa, oltre che “assoluzione di un peccato”, “soluzione” (S. Ambrogio parla di quaestionis absolutio, per indicare la “soluzione del problema”), “conclusione” o “epilogo di una cosa” (Cicerone: hanc absolutionem perfectionemque desidero, cioè “desidero questa fine, risoluzione e questa conclusione”); in un’antica orazione si chiede a Dio che con la sua grazia “possa io cominciare bene tutte le azioni di questa giornata riteque absolvam” cioè “le possa condurre a termine felicemente”; in uno scritto di Leone X si dice che egli vuole continuare la riforma cominciata da Giulio II, esprimendosi così: “et hanc per quem necessariam officialium reformationem, quam idem Iulius absolvere non valuit, sequi” dove absolvere significa “portare a compimento”; notiamo anche il nostro vocabolo spagnolo “absolutamente” che è della famiglia di absolutio e che significa “in modo finito, perfetto, totale, definitivo” ecc.

(13) Non mancherà chi affermi che il Papa proibiva ai confessori di ricevere denaro per riceverlo egli stesso… A questo proposito:

-    quali sono le prove?

-    In tutte le liste autentiche dei prezzi consultate mancano tutte le espressioni che fanno riferimento al Papa come ricevente del denaro, del tipo “pagherà al Papa”, “alle casse della Cancelleria”, “al tesoro pontificio”, “alla Cancelleria apostolica”, “ai tesorieri del Papa”, tutte espressioni fantasiose delle liste dei prezzi pubblicate da Rodriguez.

-    Come stabilisce l’erudita opera di Lunt, la Camera pontificia sembra non ricevere niente di quello che si incassava per i documenti della Penitenzieria. Nei documenti pontifici si stabilisce esplicitamente che il denaro è per gli scrivani e tutti gli altri ufficiali che partecipano alla elaborazione materiale dei documenti.

(14) Sacerdote apostata, autore di vari libelli contro la Chiesa. Si può vedere una recensione della      sua opera in  la France Littéraire ou Dictionaire Bibliographique, vol. 7, J/M. Quérard, Parigi-1964

(14 b) Il sig. Sapia fa pubblicità a questo libro di Hunt, tra altre opere anticattoliche, sotto     un gran titolo che recita: “LIBRI IMPERDIBILI per conoscere la Chiesa Cattolica Romana”. Noi ci permettiamo di dubitare della capacità di Hunt di “far conoscere” la Chiesa Cattolica Romana a chiunque la voglia conoscere veramente; a nostro giudizio il libro di Hunt è “perfettamente perdibile”.Il passo citato da Sapia non aiuta nessuno a conoscere la Chiesa Cattolica Romana, ma a travisarla, a rinunciare ad essa, che è l’autentica finalità. (Si possono vedere, per esempio, due articoli che analizzano la posizione di Hunt, secondo il quale la prostituta di Apocalisse 17 e 18 è la Chiesa Cattolica). Bene, se il sig. Hunt non è uno storiografo – come Spaia riconosce – e non apporta alcun dato verificabile, ci chiediamo allora a che serve la citazione che di lui si fa. Si tratta di diffondere versioni calunniose lasciandone ad altri la responsabilità? Se a ciò sommiamo la recente dichiarazione di Sapia, secondo la quale la citazione solenne che egli aveva fatto dell’articolo giornalistico del Corriere della Sera – che è risultato snaturato, come già abbiamo visto – “pretese soltanto mostrare la MENZIONE che del tema fece il giornale… mai si pensò di utilizzarla  per dimostrare la validità di alcun che”, allora noi ci permettiamo di dubitare della serietà con cui Sapia dà i suoi contributi ad uno studio storico che ruota tutto precisamente ed esclusivamente intorno alla validità del documento che egli stesso aveva pubblicato nel suo sito web, denigrando il Papa Leone X e tutta la Chiesa Cattolica e dandolo senz’altro per autentico. Ricordiamo per esempio questa espressione, ancor oggi visibile nel sito di Sapia: “E’ quasi inconcepibile supporre che in un passato non molto lontano coloro che si autodenominano l’unica vera Chiesa di Gesù Cristo abbiano avuto la superbia e la impunità di pretendere di dare un prezzo in valori monetari nientemeno che alla grazia di Dio.  Ci sorprenderebbe conoscere il numero dei cattolici che ignorano il passato della loro Chiesa e l’operato della gerarchia”. Noti il lettore la sicurezza con cui Sapia presenta la validità della Taxa (vede il lettore qualche sfumatura di dubbio sulla stessa?). Di modo che se Sapia diffuse la Taxa come autentica e poi cita per esteso un articolo giornalistico che presenta la Taxa come autentica, dire ora che egli “non vuole dimostrare la validità di niente” ci sembra abbastanza puerile e mancante di serietà, perlomeno. Se veramente “non vuole dimostrare la validità di niente” in un dibattito sulla validità di un documento che egli stesso pubblicò come autentico e che noi dimostrammo non esserlo, ci chiediamo perché cita gli autori che cita, se non per appoggiare la supposta autenticità di tale documento.

(15) Per motivi istruttivi, il lettore può fare un rapido confronto fra il testo di paolo VI che abbiamo citato nella nota 11 e ciò che i Papi hanno espresso nelle introduzioni alle tariffe che abbiamo appena visto: tanto il primo come gli altri si espressero chiaramente contro tutta la cattiva amministrazione della giustizia; però ciò non vuol dire che tutti gli ufficiali della Curia, sempre e in ogni luogo, si comportarono poi come il Papa richiedeva. Di modo che, se nella vita della Curia troviamo abusi, è importante delimitare le cose e constatare: si tratta di una simonia ufficialmente dichiarata ( come nel caso delle false tariffe, che veramente vanno a finire in una corruzione “infinita”), oppure si tratta della debolezza degli ufficiali della Curia di fronte alla prospettiva di aumentare i propri guadagni? ( e ciò sarebbe una corruzione umana di cui nessuno è esente).

(16) Viene a proposito qui quello che dice AJR: “In questo modo si giunge al massimo della spregevole manipolazione informativa, dato che una delle necessità fondamentali per manipolare non è trovare una menzogna da divulgare, ma contare su verità utili. Il perverso vuol essere credibile;  se non lo fosse non avrà seguito e non sarà ascoltato. Per questo cerca con affanno verità da deformare, esagerare, ridurle e sfigurarle fino a renderle irriconoscibili nel loro significato, ma identiche nell’apparenza”. (Qui tutto l’articolo).

(17) Ci permettiamo trascrivere qui il contributo di un lettore, anche se esce dalle norme accademiche che vogliamo seguire: una dose di umorismo per niente disprezzabile in mezzo a tanta terminologia tecnica e complicata non cade male. Si tratta di “La tassa perfetta secondo la lista di Pepe Rodriguez”, che dice così.

“Colui che voglia vivere in concubinato e incesto perpetuo con i suoi parenti, amici e nemici, e con gli animali domestici della sua casa e della casa del vicino, e volesse ottenere la licenza di incendiare impunemente i campi confinanti con il suo, e magari di poter assassinare tutte le autorità pubbliche che volessero arrestarlo e volesse inoltre ricevere poi gli ordini sacri ed ereditare quello che non gli è dovuto, pagherà al Papa 13 lire, 40 soldi e 3 centesimi”.

(18) Si può vedere, per esempio l’opera del P. Francisco J. Ramos, O P, I Tribunali Ecclesiastici, Costituzione, Organizzazione, Norme processuali, Roma  (1998), per avere un’idea dell’ampio e complicato mondo dei processi canonici, del tutto simile a quelli del campo civile.

(19) Alcuni esempi di codesta lista nel presente articolo. Vedere l’opera di Denifle nella bibliografia.

(20) “Alcuni” sta per religiosi. All’Abate. Da parte tua ci è stato segnalato che alcuni monaci e conversi del tuo monastero sono caduti nelle pene canoniche stabilite latae sententiae per aver usato violenza fisica contro alcuni di loro o contro altre persone appartenenti all’ordine religioso o al clero secolare, alcuni invece…ecc”.

(21) “Alcune” sta per religiose. All’Abate o al Guardiano del convento. Da parte della Badessa del convento delle monache del tuo monastero ci è stato segnalato che alcune di esse sono cadute nelle pene canoniche stabilite latae sententiae per aver usato violenza fisica contro alcune di loro o contro altre persone.

 

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